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L’OPHELIA DI MILLAIS: IL PARADIGMA DEI CANONI PRERAFFAELLITI

L’Ofelia dell’Amleto ha ispirato numerosi pittori che, a partire dall’Ottocento, si sono cimentati nella rappresentazione della patetica fine del personaggio shakespeariano.

Tra le tante interpretazioni iconografiche l’Ophelia dell’inglese John Everett Millais, esposta alla Tate Britain di Londra, è certamente la più famosa.

I Preraffaelliti: giovani rivoluzionari rivolti al passato

L’artista aveva solo ventitré anni quando tra il 1851 e il 1852 realizzò l’opera, considerata il suo capolavoro, e appena diciannove quando nel 1848 fondò insieme ai coetanei Dante Gabriel Rossetti e William Holman Hunt il movimento pittorico passato alla storia con il nome di Confraternita dei Preraffaelliti. Rifiutando i canoni classici esemplificati dall’opera di Raffaello, questi giovani artisti d’epoca vittoriana si proponevano di svecchiare la contemporanea pittura di stampo accademico, recuperando la purezza della produzione quattrocentesca.

L’ispirazione letteraria

Secondo i principi del movimento, il quadro raffigura un soggetto letterario tratto dalla scena settima del IV atto dell’Amleto. È la regina danese Gertrude a ricordare la morte della giovane Ofelia, impazzita dopo aver perso il padre assassinato dal suo amato Amleto che, fingendosi pazzo, per di più la rifiutò.
Millais rende magistralmente la psicologia del personaggio, trattando con raffinata idealizzazione il tema del suicidio.
Ofelia, caduta nel fiume mentre intrecciava ghirlande di fiori, lascia che la corrente la trascini tenendo le mani in posizione di preghiera, quasi ad invocare una liberazione definitiva dalla sofferenza che l’ha resa folle. Dischiude sensualmente le labbra e con espressione imperturbabile e sguardo assente rivolge gli occhi in cielo: sa che sta per annegare e non fa nulla per salvarsi. Galleggia ancora ma le vesti, appesantite dall’acqua, presto la condurranno alla “fangosa morte” di cui unico testimone è un pettirosso alle sue spalle.

Il naturalismo preraffaellita

La vegetazione lussureggiante che incornicia Ofelia è dipinta con rigore scientifico, secondo l’approccio naturalistico che fu l’elemento stilistico dominante della corrente. Spinto dall’esigenza di ritrarre il paesaggio dal vero, Millais nel giugno del 1851 si trasferì a Ewell, nella contea del Surrey, dove per circa sei mesi si dedicò ad eseguire esclusivamente lo sfondo: stese prima uno strato di bianco, per accentuare l’effetto di luminosità diffusa che caratterizza la tela e per conferire trasparenza ai colori brillanti che applicò con sottili pennellate.
La precisione botanica con cui è reso ogni dettaglio della variopinta flora non impedisce tuttavia che essa si carichi di quella valenza simbolica che è una costante dei dipinti preraffaelliti. Millais raffigura le specie vegetali menzionate da Shakespeare: le rose con allusione alla bellezza, le margherite all’innocenza, i fiori d’ortica al dolore, le violette alla scomparsa prematura e molte altre. Ne aggiunge solo una, il papavero, come ennesimo richiamo alla morte.

Un destino comune

Il pittore completò la tela nel suo studio di Londra durante l’inverno del 1852 inserendo per ultima l’immagine di Ofelia. La modella scelta per il dipinto fu l’allora diciannovenne Elizabeth Siddal, conosciuta anche come Lizzy, giovane artista dalla vita sregolata che, incarnando l’ideale di bellezza raffinata perseguito dai Preraffaelliti, divenne una delle loro muse ispiratrici. Per rappresentare fedelmente le vesti gonfie d’acqua, Millais la costrinse ad estenuanti sedute di posa immersa in una vasca da bagno, causandole una grave bronchite che compromise definitivamente la sua già cagionevole salute psicofisica.
Piombata in uno stato depressivo anche Lizzy, come Ofelia, morì suicida nel 1862, dieci anni dopo l’esposizione dell’opera alla Royal Academy di Londra.

Immagine di copertina: Ophelia, di Sir John Everett Millais, 1851- 1852 dell’archivio Tate Britain.

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