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La funzione del tempo nelle performance di Marina Abramović

Le piace definirsi “la nonna della performance”, forma d’arte con cui fin dagli esordi ha fatto parlare di sé.

Controversa come tutti gli artisti, profondamente amata e criticata, Marina Abramović non ha mai smesso di esplorare i territori dell’arte e del corpo varcandone spesso ogni confine.

Marina Abramović_Portrait with Scorpion
Marina Abramović, Portrait with Scorpion (Closed Eyes), 2005.

I limiti del corpo e i limiti del tempo

Le performance di Marina Abramović mettono alla prova i limiti del corpo e della mente. Possono durare anche otto ore e ripetersi per giorni o per mesi. La dimensione del tempo è in ogni caso un elemento imprescindibile e spesso determinante per la riuscita della performance. Ogni esperienza, anche artistica, non può infatti avere luogo se non nello spazio e nel tempo. Mentre il primo è oggettivamente definito e può essere condiviso, il secondo prevede una dimensione soggettiva e interiore. Di questa dimensione interiore, di per sé senza margini e potenzialmente infinita, è necessario stabilire dei confini entro cui agire, fissando un inizio e una fine all’esecuzione. In questo modo si riporta alla linearità della durata un evento che potrebbe altrimenti sconfinare nella dispersione.

Rhythm 0, l’emergere della violenza

Sei ore. Era questa la durata di una delle prime performance di Marina Abramović, Rhythm 0, eseguita a Napoli nel 1974. Su un tavolo erano stati disposti settantadue oggetti tra cui piume, catene, lamette, forbici e una pistola carica. Assieme agli oggetti delle brevi istruzioni: per l’intera durata della performance il corpo dell’artista sarebbe stato un oggetto come gli altri e il pubblico avrebbe potuto manipolarlo a suo piacere. La durata della performance, in questo caso, si è rivelata di fondamentale importanza. Se per le prime tre ore il pubblico interagisce timidamente col corpo della Abramović, gli approcci diventano, col passare delle ore, più audaci. Qualcuno tenta un contatto erotico, qualcuno le tagliuzza con le lamette prima i vestiti e poi la pelle, qualcuno le succhia un capezzolo o il sangue che cola dalle ferite, qualcuno le mette tra le mani la pistola carica. Il contatto diventa prima esplorazione e poi violenza. Nel tempo lungo di quella performance sono emersi gli istinti più primordiali e impronunciabili dell’uomo.

Marina Abramović_Breathing in, Breathing out
Marina Abramović e Ulay, Breathing in, Breathing out, 1977

Breathing in, Breathing out: il tempo dell’aria

Gli anni Settanta sono anche quelli in cui hanno inizio la lunga collaborazione e la relazione sentimentale con l’artista tedesco Ulay. Tra le performance che hanno realizzato assieme vi sono Breathing in, Breathing out (1977) e Nightsea Crossing (1981-1987). I tempi di esecuzione delle due performance erano decisamente diversi: la prima ha richiesto poco meno di venti minuti, mentre la seconda si è protratta per sette ore. Entrambe le performance, tuttavia, puntavano al raggiungimento di un limite. Nella prima Marina Abramović e Ulay, inginocchiati faccia a faccia, serravano le labbra l’uno contro l’altra. Due filtri di sigarette ostruivano loro le narici. Per quasi venti minuti hanno tratto l’uno dall’altra l’aria necessaria per tenersi in vita, restituendosi prima ossigeno e poi anidride carbonica. Necessariamente, la performance era destinata a esaurirsi in quel breve arco temporale, pena l’asfissia.

Nightsea Crossing e la prova dello spirito

Sonda i limiti del corpo anche Nightsea Crossing, ma quasi come azione secondaria, subordinata al fine principale della performance: mostrare tre delle cose che la società occidentale contemporanea trova inaccettabili, ovvero l’inattività, il silenzio e il digiuno. Marina Abramović e Ulay sono rimasti per sette ore al giorno e per novanta giorni seduti l’uno di fronte all’altra. Dopo qualche giorno lui cede. «Sosteneva che dovevo alzarmi anch’io perché la performance non si poteva fare senza di lui», dice Marina Abramović in un’intervista «io non ne capivo il motivo, e ho continuato». La durata della performance si è scontrata in questo caso col limite individuale, con le necessità del corpo, con la forza o la debolezza dello spirito. Il tempo è stato il banco di prova della disciplina.

Riportare sé stessi a sé stessi: The artist is present

Violenza, asfissia, prostrazione. La durata di ogni performance determina un effetto diverso, ma in tutti i casi l’artista raggiunge una maggiore consapevolezza di sé e talvolta anche del suo pubblico. È quanto è accaduto a Marina Abramović dopo l’esecuzione di una delle sue performance più note e amate, The artist is present (2010), che l’ha vista impegnata per sette ore al giorno per quasi tre mesi. Seduta davanti a un tavolo, ha ricambiato lo sguardo di circa 1400 persone che potevano prendere posto davanti a lei e guardarla negli occhi per tutto il tempo che ritenevano necessario. Settimana dopo settimana tanto la Abramović quanto il suo pubblico hanno sperimentato un’empatia profonda e misteriosa. Artista e spettatori si sono riappropriati di un tempo esclusivo e condiviso, necessariamente lungo, in cui trovavano spazio umanità ed emozione.

 

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